Gianni Pisani

L’intera comunità dell’Accademia di Belle Arti di Napoli esprime il proprio cordoglio per la scomparsa di Gianni Pisani, stringendosi attorno a tutti i suoi cari e in particolar modo al figlio Marcello Pisani, membro del nostro Consiglio Accademico e Docente di Design.

Gianni Pisani è da sempre legato alla nostra Accademia, dove si è formato accanto ad Emilio Nottee dove ha lavorato come docente di Pittura, formando generazioni e generazioni di artisti. Ed è proprio per l’Accademia e nell’Accademia che si è espresso il suo impegno come artista e come uomo di cultura, forte della consapevolezza - sempre rinnovata - dell’importanza di questa istituzione nel panorama artistico locale e nazionale. Di fatto, è con la sua forza e la sua tenacia, come uomo, artista e docente, che ha diretto la nostra Accademia dal 1984 al 1998, rinnovandola, aprendola al territorio e alla produzione e valorizzazione del suo patrimonio storico e contemporaneo, come dei suoi docenti e studenti.  Del suo impegno si ricordano, tra tutti, il restauro del monumentale edificio, con il ripristino di gran parte dei suoi spazi, e la risistemazione del giardino storico. E si apriva in quegli anni anche una seconda Galleria, detta poi “Galleria del Giardino”, e iniziava quella politica di apertura sostenuta da mostre, dibattiti, convegni, concerti, conferenze, rassegne cinematografiche e spettacoli teatrali che in anni recenti ha rimodulato e rinnovato il rapporto tra l’Accademia e il territorio. 

Rappresentando una delle figure artistiche più emblematiche della scena contemporanea a partire dagli anni ’60, aveva esordito nel 1955 sulla scena nazionale vincendo il V Premio Cesenatico con l’opera Crocifissione.Già i lavori della prima produzione evidenziano il solco in cui si muove la sua ricerca, attenta a declinare le esperienze del proprio vissuto con le possibilità espressive della pittura nelle sue qualità figurative e cromatiche.

Sensibile ai linguaggi delle prime avanguardie (Klee e Chagall), Pisani pone l’accento sul tema dell’opera, che coincide con il suo Io onirico, biografico e trasognato - Volevo stare nel bosco- e che, infine, si fa narrazione.

La ricerca di tipo oggettuale, intrapresa dall’artista a partire dai primi anni’60 - in opere come Letto (coll. Museo di Capodimonte) - che presentato a Spoleto fu oggetto di censura  -CredenzaMonumento a Gianni Pisani e La pistola d’argento, stabilisce una nuova sintonia con le contemporanee esperienze europee e statunitensi.

Dal 1970 si avvicina aricerche di tipo comportamentale proponendo azioni e performance (Ha vinto Gianni PisaniIl miracolo di Gianni Pisani), mentre dal 1978 ritorna a dipingere con colori a olio.

Il proprio vissuto emozionale e autobiografico, che si impone prepotente in tutta la sua produzione, emerge nuovamente sulla tela degli anni ’80. Invitato nel 1995 con una personale alla Biennale di Venezia, nel 1999 poté esporre larga parte delle sue opere in un’ampia antologica alle Scuderie di Palazzo Reale a Napoli e nel 2003 a Castel dell’Ovo. Dal 2000 realizza alcune produzioni di tema religioso: Via Crucis Via Lucis, la grande Madonna della Sanità,Ultima cena. Sue opere sono esposte nelle stazioni Salvator Rosa e Mostra della metropolitana di Napoli, al museo MADRE, e al Museo d’Arte religiosa contemporanea.

Vincitore di prestigiosi premi, Pisani ha coodiretto la Galleria  Il Centro,  co-fondato la Galleria Inesistente, ha curato con Gillo Dorfles  gli Incontri Internazionali di Anacapri  e ha fondato con Lucio Amelio la Biennale del Sud.

Nel 2005, in occasione della riapertura al pubblico della Galleria dell’Accademia, dopo decenni di chiusure, volle donare alla nostra istituzione Il dondolo, opera del 1973, frutto di una performance fatta dall’artista sul tema del duello vita-morte, ripresa da Mimmo Jodice e Marialba Russo. Quattro becchini portarono dell’aula di Scenografia una bara trasportata nel giardino dell’Accademia da un carro funebre. Vestito con l’abito scuro della domenica ‘di paese’ e con ai piedi scarpe bianche, l’artista affrontava la morte armato di una accetta, tenuta nascosta dietro la schiena e colpiva con violenza la bara riducendola a pezzi. Poi teneramente raccoglieva i frammenti nella sua culla, mentre si diffondeva nell’aria la ninna nanna che la madre gli cantava da piccolo: la morte veniva così accolta dalla vita, teneramente.